Miti e calici di luna

Le otto di sera. Finalmente a casa. Il cappotto vola via insieme al tacco 12, e il divano è la meta più ambita di questa faticosa giornata.

La luce della lampada sembra più luminosa del solito. Passo accanto alla finestra e mi ricordo perché: stasera c’è la superluna, o, come la chiamano gli astronomi, la Luna Blu. Ne avevo sentito parlare, è un evento che ricorre ogni 150 anni, causato da un’eclissi che vedranno solo in Asia e Nordamerica. Noi dovremo accontentarci, si fa per dire, di questa luna grande e piena che illumina a giorno. Penso che un evento così raro debba essere celebrato! Con un po’ di buona musica, e in un attimo guido il fido Spotify sulle note di Blue Moon… e poi, beh… con un buon vino rosso e corposo, che verso lentamente nel mio calice, come un rito personale.

La penombra scaldata dalla luna, Ella Fitzgerald in sottofondo e questo Montepulciano caldo hanno su di me un effetto straniante.Forse perché, dacché esiste l’uomo, musica, vino e cielo ne hanno sempre acceso le emozioni. Il cielo… penso agli dèi capricciosi che lo popolavano nei culti antichi, e in un attimo penso a Bacco, il mito da cui tutto iniziò: dio del vino, certo, ma anche del piacere conviviale, acceso dai sensi e dai canti. Torno con la mente a una vecchia lezione di mitologia greca…

Già all’atto del concepimento, Bacco portava con sé gli elementi umani più veri e terreni: la vita, la morte, la passione, la gelosia, l’amore.

Figlio di Zeus e della mortale Semele, amante di Zeus, rischiò la vita già nel grembo materno, quando una gelosissima Era, moglie tradita di Zeus, provocò con un espediente la morte della madre. Zeus riuscì a salvare il feto e se lo fece cucire nella coscia, dove potè completare la gestazione. Una nascita avventurosa e certamente sui generis, che gli fece guadagnare il titolo di protettore della vita embrionale.

Ma era solo l’inizio. Bacco, costretto a vivere lontano da casa per sottrarsi alle ire della matrigna, peregrinò per molti luoghi e in uno dei suoi viaggi, un giorno d’estate, restò folgorato dalla bellezza dei tralci di vite che crescevano intorno alla grotta sotto cui si riparava.

Un po’ per gioco, un po’ per curiosità cominciò a piluccarne i grappoli e a berne voracemente il succo, che spremeva in una coppa d’oro.
All’improvviso il miracolo: il suo corpo stanco si sentì immediatamente rinvigorito e il suo animo fu pervaso da un’istantanea allegria e da un energico slancio vitale!
Tutto sembrava più vero, forte, vivido, anche i pensieri!
Pensò che un simile prodigio doveva essere condiviso, e decise di iniziare a coltivare la vite per farne dono agli uomini. Era nato il vino!

Un altro sorso calmo, succoso, vellutato. Penso che in fondo sia per questo che il vino è la bevanda che più di tutte racchiude in sé il senso del dono e della convivialità : è un regalo degli dei, una specie di fluido magico che ha “il potere di riempire l’anima di verità” (Rabelais). Eh sì, perché, a ben pensarci, il vero dono offerto dal nettare degli dei è proprio quello di restituire all’uomo, nel bene e nel male, quel che è davvero, spogliandolo delle sue menzogne.
Fino a un certo punto, esso eleva lo spirito, acuisce le doti intellettuali e rinforza l’amicizia e la conversazione: è, in una parola, una bevanda sacra che infonde al singolo l’armonia dell’universo, regalandogli il piacere inebriante di tendere al suo meglio grazie anche all’ abbandono delle sue fortezze difensive.

Ma, superata una certa misura, il vino limita le capacità umane, annebbia mente e cuore, spoglia l’uomo della ragione per farne fiera, istinto animale e incontrollato che offusca le intenzioni, mescola i sensi, rende ciechi e ottusi come asini, spingendolo dentro le viscere della passione più selvaggia. L’astrazione più profonda e la bestialità più cieca si fondono dunque dentro lo stesso calice, sono parte di uno stesso tutto, sono Inferno e Paradiso insieme. Sta solo all’uomo fare in modo che sia l’una a prevalere sull’altra, esattamente come nella vita, dove questi due elementi sono costantemente in lotta tra di loro, sorretti dall’equilibrio instabile delle norme sociali. Null’altro potrebbe spiegare in modo così evidente l’ambiguità della condizione umana, eternamente sospesa tra la ricerca e la perdizione di sè, come questa coppa che tengo tra le dita.

Sarà per questo che a bere vino non ci si pente mai davvero. Perché è sempre come scoprire un po’ di più di se stessi, alzando, nel bene e nel male, la soglia dei propri limiti.

Proprio come questa superluna che stasera allarga i suoi confini, e si fa più chiara, più tonda, più sincera.

A Bacco, sono certa, sarebbe piaciuta.

BREVIARIO VINOSO PER AMANTI INESPERTI

Come conquistare, grazie al vino, la donna che ci fa sospirare? Quanto berne, in che modo, con quali gesti? Come far emergere, da una lieve ebbrezza, solo le nostre doti migliori, rendendoci irresistibili?
San Valentino ci sembra una buona occasione per proporvi un breviario di consigli preziosi vòlti a rispondere a tutte queste domande e ad affinare le vostre doti seduttive, con l’aiuto di un buon bicchiere di vino. E se i nostri suggerimenti vi sembreranno irriverenti o venati di cinismo, tant’è… la sincerità delle intenzioni amorose non sempre va a braccetto con la loro moralità.
Perciò rilassatevi, cercate un comodo triclinio su cui dipanare i vostri dubbi sentimentali, e gustatevi un passo modernissimo, nonostante i suoi 2000 anni.
Già, siamo nella Roma dell’1 A.C. e Publio Ovidio Nasone, o, come lo conosciamo tutti, semplicemente Ovidio, celebrato poeta dell’epoca ma soprattutto amante instancabile, compone un poemetto in tre libri dal titolo Ars Amatoria, un manuale di seduzione a tutti gli effetti destinato ai circoli eleganti della Roma augustea.
Il passo che segue, tratto dal Primo Libro, è una vera e propria ricetta per utilizzare al meglio il vino nelle schermaglie amorose e concupire l’amata.
Da seguire fedelmente, sorso dopo sorso…

Quando, dunque, ti saranno offerti i doni di Bacco sulla mensa
e avrai una donna accanto a te sul letto tricliniare,
prega il padre Nyctelio* e i sacri riti della notte
di far sì che il vino non ti dia alla testa.
Allora con parole coperte potrai dire molte frasi allusive
che lei intenda come rivolte a sé,
potrai con poche gocce di vino scrivere leggere lusinghe
così che sulla tavola lei legga d’essere la padrona del tuo cuore;
potrai guardarla negli occhi con occhi che rilevano il tuo amore:
anche uno sguardo muto ha spesso voce e parola.
Cerca di afferrare per primo la coppa che ha toccato
le sue labbra e bevi dalla parte che ha bevuto lei;
e qualunque cibo assaggi con le dita,
prendine anche tu e toccale, nel prenderlo, la mano.
Tuo desiderio sia anche quello di piacere al marito della donna:
a voi sarà più utile una volta diventato amico.
Se toccherà a te bere per primo, fa bere prima a lui…
… Noi ora ti daremo una precisa misura per il bere:
che la mente e le gambe svolgano bene il loro ufficio.
Evita soprattutto le ingiurie provocate dal vino
e la mano troppo pronta alla rissa selvaggia.
Se hai voce canta, oppure, danza se hai le braccia sciolte
e cerca di piacere per quelle doti con cui puoi piacere.
L’ebbrezza, se è vera, nuoce, ma gioverà se è simulata.
Fa che la lingua finga d’incepparsi con suoni balbettanti,
in modo che qualunque cosa tu dica o faccia con troppa sfrontatezza
sia attribuita a quell’unica cosa: il troppo vino.
“Salute alla signora” – dirai – “Salute a chi dorme con lei”. ( ma in cuor tuo prega che al marito, venga un accidente )

Leave Your Comment

Your email address will not be published.*