Packaging, quando l’abito ha la sua importanza

Il packaging, aspetto non più sottovalutato come un tempo, ora riveste un’importanza rilevante. In effetti la sua scarsa valutazione negli anni passati ha lasciato tante “vittime” sul campo. Molti produttori, in epoche non lontane dalla nostra, non riuscivano a vendere, concentrati com’erano nel creare un prodotto senza curarsi di come immetterlo sul mercato. Alla fine si sono resi conto che non si riusciva a venderlo per un semplicissimo problema: il  loro articolo era davvero vestito male.

Il packaging ovvero l’abito che un prodotto indossa, è una vera e propria materia, oggetto di attenti studi che, nel caso del vino, vanno dall’etichetta, alla bottiglia, passando per il tappo. Di fondamentale importanza è anche un altro aspetto del packaging: la confezione. Con essa il vino è  imballato, spedito e fa il giro del mondo. Molte scatole le troviamo all’interno delle enoteche, nei negozi o nelle cantine private degli appassionati “enoici” e, troppo belle per essere scartate via, diventano un oggetto d’arredo ed un veicolo ulteriore di pubblicità per la casa produttrice.

L’etichetta è il fulcro attorno al quale ruota l’immagine del vino, con tutte le sue variabili, dimensioni, fattura, disegno e scelta del carattere grafico. Tutto studiato in modo che spicchi rispetto alle altre. A volte si cattura l’attenzione con colori aggressivi, a volte rassicuranti, a volte donando ad essa tridimensionalità con rilievi percepibili al tatto. Nell’etichetta e nella sua retro devono esserci tutte le informazioni necessarie a spiegare il prodotto e a raccontarlo descrivendone le caratteristiche essenziali. L’etichetta deve contenere anche tutto ciò che la legge impone che sia chiaramente scritto, questo aspetto sembra ovvio, ma purtroppo esistono dei casi in cui le etichette sono “fuorilegge”, vale a dire che per distrazione, superficialità o scarsa conoscenza della normativa, non contengono tali informazioni. L’etichetta, provocatoria, ma mai offensiva, con nomi avvincenti che incuriosiscono, ma mai banali e scontati. Nomi che fanno capire ciò che c’è dentro come viatico di un assaggio che sarà oppure nomi così enigmatici che vien voglia di comprare una bottiglia per scoprire ciò che nasconde. Nomi evocativi che riportano alla mente contesti già vissuti e nei quali l’interlocutore e quindi il potenziale cliente, ci si ritrovi calato e protagonista. Potremmo dire che già solo l’etichetta è un mondo a parte.

Il packaging come dicevamo è una materia oggetto di studio, che comprende psicologia, marketing, così come antropologia e poesia. Questa materia può generare dei mostri, dipende da chi cura l’immagine di un’azienda e quindi il classico “chi te l’ha fatta l’etichetta?” può diventare una frase a doppio taglio che in un caso può far percepire al produttore di vino, come dicevamo all’inizio, che ha sbagliato strada e ciò che gli sembrava un’etichetta chiara ed efficace, non è così all’occhio di chi guarda. Nell’immaginario collettivo, il vino è birbantello e seduttore, figuriamoci se non deve esserlo ad esempio la sua etichetta. Il tappo che così poco si vede, giacché nascosto nel collo della bottiglia, è di vitale importanza per il vino, poiché ne custodisce e ne preserva tutte le caratteristiche organolettiche. Packaging anche quello. La capsula, quasi come il tappo, croce e delizia di chi apre la bottiglia. Sono tutti dettagli, un po’ come gli accessori di una donzella, a fare la differenza. Il mercato esige la sostanza, ma non può prescindere da tutto ciò che ricopre, esalta e qualifica la sostanza stessa.

Tante le novità nel packaging, probabilmente la materia più in evoluzione ed in costante aggiornamento, tra quelle che riguardano il vino, spicca ad esempio il tappo a vite in puro sughero agglomerato che grazie ad alcune scanalature realizzate all’interno del collo della bottiglia,  fa si che esso esca e torni nel suo alloggiamento come fosse un classico tappo a vite.

Che dire della confezione da 100 ml, rigorosamente monodose, che corrisponde ad un bicchiere di vino, con un packaging davvero innovativo. L’aspetto è quello di una bottiglia, tanto per non allontanarci dall’argomento, completamente in materiale riciclabile, nella fattispecie per tre quarti carta. Una sorta di sacchetto che una volta svuotato del suo contenuto si appiattisce, occupando pochissimo spazio. Una soluzione giovane, ecologica e di tendenza che punta dritto al bersaglio. Il 90% dei consumatori di vino è composto da single, più o meno giovani oppure coppie senza figli, tutti personaggi che non amano aprire una bottiglia intera, ma che difficilmente rinuncerebbero ad un buon bicchiere di nettare di Bacco. Ecco quindi la soluzione che tutti cercavano. Il canale è quello giusto, la grande distribuzione, dove ormai si vende la quasi totalità del vino prodotto.

Si parla di vino, si parla di packaging e nemmeno a farlo apposta l’ultima edizione di un importante premio, il “Mediastars” giunto alla sua XIII edizione, nella categoria packaging, è stato vinto da un vino, la cuveè di Cesarini Sforza “Aquila Reale”. Mediastars, manifestazione dove tutte le aziende, alimentari e non, sfoggiano le loro ultime confezioni, quelle che “vestono” i rispettivi articoli nella maniera più innovativa e vincente che la creatività dei designers riesca a concepire.

Design, creatività, tecnica, informazione sulle tendenze del mercato e sui gusti delle persone, attenta analisi degli orientamenti dei consumatori in costante evoluzione, sono tutto ciò che gira intorno al vino. Produrlo è impegnativo, ma metterlo sul mercato non è cosa facile. Prima di spillarlo dalla botte gli va dunque fatto un vestito su misura.

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