San Martino, cinghiali, bilanci e vino

Il San Martino è una vera e propria festa per il vignaiolo, rappresenta infatti il momento nel quale tutta l’uva entrata in cantina, sin dalle prime spillature, inizia a mostrare quanto valga.

Per un po’ di settimane i campi saranno abbandonati e tutto il lavoro si concentrerà all’interno delle strutture.
Di bilancio si parla quando in una sorta di registro del profitti e delle perdite, si cerca di analizzare tutte le variabili che contribuiscono al risultato finale, per correggere le voci negative, adoperarsi per far meglio l’anno successivo e perché no, eliminare definitivamente le voci completamente negative.
Una voce che tutti i contadini ed in particolar modo i vignaioli vorrebbero eliminare è quella delle incursioni dei cinghiali, vera piaga dell’odierna agricoltura.
Al microfono di Winechannel il produttore abruzzese Lorenzo Filomusi Guelfi, si dimostra adirato nei confronti di questi animali che a decine ed in maniera sistematica, compiono incursioni devastanti, minando il raccolto dell’uva. Filomusi Guelfi, incita la classe dirigente a compire azioni sistematiche per bloccare questo scempio. I cinghiali ormai indisturbati fanno danni al raccolto, quanti ne possa fare l’annata siccitosa o troppo piovosa, la fillossera o qualsiasi altra malattia della vigna.

Il malumore della classe contadina è generalizzato e trasversale. In Friuli gli agricoltori sono sul piede di guerra per il mancato intervento delle istituzioni, mentre i danni sono sempre più importanti. La zona del Tagliamento, tra Sequals e Spilimbergo, è letteralmente devastata da questi animali.
Sui Colli Euganei il grido è  “Abbattiamoli, rovinano la vendemmia”, infuriati gli agricoltori che definiscono buongustai i cinghiali, giacché prediligono le uve più dolci, quali il moscato, il marzemino, il fior d’arancio. Molti viticoltori hanno tolto i vigneti, pur di non “dare da mangiare” ai cinghiali.
Si assistono infatti a scene tristi dove in alcune colline ci sono dei vuoti tra un vigneto e l’altro, per via degli espianti di questi ultimi.
Davvero scoraggiante se si pensa che un animale, possa condizionare fino a questo punto la vita delle persone. Non si tratta del solito discorso buonista dell’animale che si riprende ciò che era suo, visto che da queste parti il cinghiale non si era mai visto fino a pochi anni fa, ma è stato immesso in maniera scellerata dall’uomo stesso. Sui Colli Euganei capi in questione sono circa 5000 e seminano il panico condizionando oltremodo la vita degli umani. In alcuni boschi sono state inserite la trappole per catturarli ed è pericoloso per l’uomo passeggiarvi con il rischio di ritrovarsi la gamba in una tagliola.
Quindi un’ulteriore limitazione per l’uomo che si vede interdetta una porzione del territorio.

In Sardegna idem, così come nel Chiantigiano, i cinghiali assetati dalla calura estiva, trovano nei grappoli d’uva liquidi e zuccheri a sufficienza per ristorarsi.

Il problema è che se l’uva non arriva a maturazione, non la si può raccogliere, nel frattempo il cinghiale tranquillamente la depreda.
Non solo, scavano buche sotto i vigneti in cerca di ombra e di frescura oppure per cercare dei tuberi e rovinano le piante grattandosi su di esse.
Immaginate quindi come possa essere un filare devastato da buche e spogliato dai grappoli.

Se si corre ai ripari in maniera canonica partono le polemiche come è successo un po’ dappertutto. La cattura e la caccia del cinghiale costano molto, perché necessitano di procedure standard, per garantire la sicurezza della popolazione. Bisogna delimitare le aree di intervento interdicendo l’ingresso alle persone, p

reparare le postazioni, effettuare la pastura delle aree e così via.
I responsabili di un parco dichiararono di aver speso più di 500.000 euro per ridurre il numero dei capi ed in quel caso le polemiche sull’uso dei fondi pubblici si è innescata.
Sul tavolo si sono messe questioni irrisolte che recitavano che con quei soldi ci si sarebbero comprati bus per i bambini o per i disabili e non solo, per abbattere quei cinghiali sarebbero bastati pochi euro, visto che un proiettile costa circa 50 centesimi.

Produrre vino comporta tante difficoltà, anche quelle che i pubblico nemmeno conosce, giacché normalmente passano in secondo piano.
Il viticoltore resta sempre un affascinante e complicato mestiere. A San Martino, un bilancio dell’annata, un sospiro di sollievo per aver portato l’uva in cantina, molto rammarico per le cose che non sono andate bene e tanta forza per ripartire in attesa della successiva vendemmia.

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