Vintage e vino: la storia in un’etichetta

Amato da appassionati e addetti ai lavori e celebrato dai protagonisti dello street style più audace, il vintage è certamente uno degli indiscussi protagonisti della moda di questi anni e, possiamo scommetterci, di quella che verrà.

Ma cosa vuol dire esattamente “Vintage”?

Il termine deriva dal francese vendange (a sua volta derivante dal latino vindemia) che indicava i vini vendemmiati e prodotti nelle annate migliori e divenuti nel tempo vini di pregio. Per estensione è passato poi a caratterizzare la qualità e la ricercatezza di oggetti, capi d’abbigliamento e accessori “d’annata” che hanno almeno vent’anni di vita, riscoperti e reinterpretati in tempi attuali.

Una Chanel originale dei tempi d’oro di Coco, un cappotto cammello di Max Mara dal taglio over, un abitino a fiori Cacharel dei primi ‘80, un foulard stampa Flora di Gucci, un “print dress” arcobaleno di Ken Scott sono oggi veri e propri cult marchiati a fuoco nel nostro immaginario modaiolo. Tagli, stampe, forme e colori divenuti iconici anche grazie al prestigio di chi li ha creati, che hanno acquisito nel tempo uno straordinario valore aggiunto.

Ecco che allora “comprare vintage” diventa una preziosa esperienza di esclusività, che presenta non poche analogie con il mondo del vino d’eccellenza.

Un appassionato fiuta il buon vintage come un esperto pregusta un buon vino: filtra accuratamente la scelta,controlla fattura ed autenticità dell’etichetta, tocca con mano il prodotto e ne apprezza il lavoro artigianale ma, soprattutto, si concede un piacere precluso ai più,che non è,o non è ancora, quello del consumo, ma il più sottile e suggestivo momento che lo precede, quello dell’abbandono sensoriale, in cui forme, profumi e colori vibranti, lontani dagli indistinti cromatismi da supermarket, lo rapiscono con forza verso mondi paralleli.

Perché un abito d’antan, come un buon vino, è capace di portarti lontano.

Una blusa di raso tra le dita o l’odore legnoso di un barolo sono madelaines proustiane che possono trascinarci, come una macchina del tempo, in un fumoso jazz club degli anni 20, in una festa swing dei primi 50, in un cocktail party anni 80 oppure dritti dentro la nostra infanzia.

E’ la storia passata che ci strizza l’occhio e ci consegna il compito di farla rivivere sotto forme nuove.

Il passato e la sua reinterpretazione, ecco i due elementi chiave del binomio vino-vintage.

L’ultimo è forse l’aspetto più nuovo e avanguardista del vintage. E del mondo del vino di pregio, s’intende: reinterpretare il passato in una veste nuova e inaspettata, attraverso scelte basate sui contrasti, dissacranti sì ma solo all’apparenza perché , inaspettatamente, definiscono nuovi e interessanti ménages.

Indossare, oggi, un romantico abito da sera di Valentino  con un paio di biker boots o una preziosa gonna a corolla di Dior su una t-shirt sdrucita non è poi così diverso dall’abbinare un Moscato a un Roquefort o un Nero d’Avola  a dei ricci di mare.

Contrasti irriverenti ma sapienti, eccentricità calibrate dall’esperienza, vere e proprie “licenze poetiche” che strizzano l’occhio al mondo dell’arte e dei suoi fruitori. E che restituiscono uno stile personale  e assolutamente non riproducibile, lontano anni luce dal consumo di massa e dai suoi prodotti in serie.

Ma, se scaviamo ancora un po’ sotto la superficie, scopriamo che è forse un altro l’elemento più affascinante del vintage e insieme il senso più vero del suo connubio con il mondo del vino.

Esso risiede, semplicemente, nella bellezza del tempo che passa.

In un’epoca in cui sono il culto dell’efficienza, della spendibilità e della giovinezza a dare senso ai nostri gesti e a definire, spesso, il nostro valore personale, in cui l’”hic et nunc”, il qui e ora, costituiscono l’unica possibile chiave per il successo, è confortante rifugiarsi in un mondo in cui il tempo è un valore aggiunto e non un nemico da combattere a colpi di botulino.

E non è un caso che un buon calice di vino abbia bisogno di tempo, e di amici, e di buon cibo, e di bei ricordi, per essere gustato a pieno.  Non è un drink che si consuma nell’attesa di farlo “salire”. No, il vino “scende”, ci entra nella pelle, ci accarezza le corde dell’anima. Come un lungo abito di seta a fiori a cui, dopo 30 anni, resta ancora qualcosa da dire.

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